Giuseppe Conte, l’uomo per tutte le stagioni

di Mattia Gottardi*

A fiducia incassata, guardo a Giuseppe Conte come ad una creatura politica così peculiare da addirittura risultare assente nel pur variegato panorama italiano degli ultimi decenni: riuscire a passare dall’essere alleato della Lega a spalla ed alleato della Boldrini è un qualcosa che nemmeno le più fervide fantasie avrebbero potuto immaginare.

Tra le innumerevoli definizioni che del Presidente Conte si sono fatte in questi giorni, una su tutte mi ha colpito, “uomo per tutte le stagioni”, alludendo alla capacità, per dirla con una metafora calcistica, di indossare, apparentemente con la stessa affezione, la maglietta del Milan e dell’Inter. Francia o Spagna, purché se magna, come direbbe il Guicciardini.

Quest’espressione – uomo per tutte le stagioni – nasce da uno di quegli equivoci che fanno assumere ad un concetto il suo significato contrario. Originariamente questa era la descrizione che uno dei più grandi umanisti della storia del Vecchio Continente, Erasmo da Rotterdam, diede di un’altra personalità centrale della cultura europea e suo amico personale, Tommaso Moro: “omnium horarum homo”, un uomo per tutte le ore. Tommaso Moro fu un individuo unico nel suo genere, poliedrico e capace di innumerevoli abilità, in grado di armonizzare le sue attitudini spiccatamente concrete alla lucidità con la quale riuscì a stendere uno dei saggi che più hanno influenzato la politica negli ultimi 5 secoli, Utopia. Avvocato, politico che fece politica dal basso come Consigliere comunale a Londra per poi divenire Lord Cancelliere, giurista e canonista, padre di famiglia, studioso e consigliere spirituale. Un uomo per tutte le ore, appunto, perché per tutti lui c’era, le sue porte erano sempre aperte ed a tutti potevano risultare utili le sue rare capacità.

Com’è chiaro, Erasmo da Rotterdam non intendeva definire il suo amico come un trasformista, un opportunista. Tutt’altro.

Perché questa digressione? Mi ha incuriosito come questo gioco di parole potesse riassumere bene due mondi e modi opposti, oserei dire antitetici, di fare politica: giochiamo un attimo a paragonare, senza prenderci troppo sul serio, il modello Tommaso Moro ed il modello Giuseppe Conte.
Ambedue avvocati – forse l’unica cosa in comune -, Moro iniziò come detto la sua carriera politica dal basso, occupandosi di tracimazioni del Tamigi e di tutte quelle incombenze che ricadono sulle spalle dei Consiglieri comunali, ora come allora, mentre Conte si è trovato catapultato direttamente al vertice.

Se Moro, pur di non abiurare ciò nel quale credeva, andò incontro al patibolo che fece rotolare la sua testa sul pavimento di legno sotto i piedi del boia, Conte è riuscito a sorridere mostrando in conferenza stampa un cartello con scritto #DecretoSalvini per poi, nell’arco di un mese, bersagliare il leader della Lega di quotidiani attacchi personali.
Tommaso Moro e Giuseppe Conte sono anche portatori di due ideali diversi, od utopie -per usare il neologismo coniato dal primo.
Mentre Moro aveva dato forma all’espressione letteraria ed ideale di un cristiano che sapeva che possiamo sempre realizzare un mondo migliore che, se non perfetto, era comunque un buon luogo dove vivere partendo da contesto nel quale siamo inseriti, Conte riassume in sé il coronamento dell’antipolitica che si fa establishment, dell’uomo qualunque al potere. Una versione rassicurante di quel prodotto del grillismo che consiste nel commissariamento della politica -cosa ancor più grave, del Governo dell’Italia- da parte di un sistema informatico che naviga con una totale assenza di controllo sui suoi impulsi e che porta il nome, malauguratamente per lui, di un altro grande personaggio della cultura europea, Jean-Jacques Rousseau.

Mettendo un attimo da parte il filtro della coerenza -che i grillini non hanno alcuna possibilità di superare -, la politica è responsabilità, credibilità e capacità.

Nessuno obbliga nessuno a fare politica, ma quando si decide di occuparsene lo si deve fare seriamente e sapendo cosa la politica non è: non è spettacolo e non è un lavoro, anche se deve essere condotta con il medesimo grado di perizia ed attenzione che si investono nella propria attività lavorativa, come ha dimostrato Tommaso Moro che, non a caso, nel 2000 è stato proclamato Santo Patrono dei Governanti e dei Politici.

*Assessore Enti Locali e rapporti con il Consiglio

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